VIAGGIO NEL CUMULO NEMBO:...meteorologia pratica

Salire ad ampie spirali in un + 1 costante, in mezzo ad una pioggerella fine e, sotto, vedere un tenue arcobaleno

fare da cornice all'atterraggio del Brughetto, è molto più di una bella sensazione.

Il tempo di impugnare la macchina fotografica e l'arcobaleno è sparito! Guardando in alto, mi appare meno lirica l'estesa cappa scura che sovrasta tutta la zona a sud del Lago di Como e mi dirigo quindi verso la pianura ancora soleggiata. L'ascendenza diventa un po' più sostenuta e, più per riflesso condizionato che per scelta, inclino l'ala e comincio a salire in un + 3 dolcissimo in perfetto relax, nonostante sia a bassa nube a 1500 metri di quota. "Faccio ancora un giro e poi esco al sole" penso, e la spinta verticale aumenta ancora.
"Adesso esco" e tiro la speedbar alle ginocchia, direzione 220 gradi bussola.

Passano i secondi ma la nebbia non si dirada. Tiro al massimo, e mi rannicchio a palla per dare un'occhiata al vario che non sento più per il gran fischiare dell'aria, e la lancetta è immobile a fondo scala a salire. Barra sotto i piedi… e il risultato non cambia. Sono a 200 metri dentro il cumulo e sto salendo vertiginosamente.


Avverto per radio la mia base di quello che mi sta succedendo, senza eccessiva preoccupazione: prima o poi, andando verso sud, sbucherò da qualche parte!
La lancetta dell'altimetro è in costante movimento, il vario è al massimo, la bussola non è più stabile e le braccia cominciano ad indolenzirsi. Mi preoccupo per la resistenza dell'aquilone che è da un bel po' sotto pressione; lascio la barra in posizione ventre e mollo l'overdrive perché penso di avere più diedro e quindi più stabilità.La pioggia di prima è grandine ora, ma non ci penso nemmeno, tanto sono impegnato a stare aggrappato alla barra.
3000 metri: in altre occasioni sarei stato euforico, ma ora, più vado su e più perdo la speranza di uscire da questa bestia grigia che comincia a farmi veramente paura perché, nonostante tutto l'impegno che ci metto per tenere la direzione e l'assetto, mi rendo conto di essere totalmente impotente.
Mi sto coprendo di neve ghiacciata, il freddo è intenso e respiro affannosamente."Sembro Babbo Natale!" Dico per radio, cercando di sdrammatizzare la situazione che diventa ogni minuto più pesante.
Il bordo d'attacco del delta è coperto da uno spesso strato di ghiaccio trasparente e non ha più la sua forma rettilinea e la doppia vela è molto staccata dall'extradosso; mi sposto a sinistra e la bussola mi indica una rotazione a destra, e viceversa; sto fermo in centro alla barra senza avvertire centrifughe e la pallina numerata rotea vorticosamente e, a volte, si blocca sul nord, nonostante cerchi di virare a sud in tutti i modi. Sono senza riferimenti, in tilt completo.
Nel frattempo il vario non ha mai cessato di gridare, nemmeno sotto lo strato di ghiaccio di cui è coperto. "Forse si è rotto" penso e gratto via il ghiaccio dell'altimetro a polso per controllare la quota.
Per vederlo devo appoggiargli sopra la guancia e guardare da sotto gli occhiali da vista che sono ghiacciati. Leggo il 4 nella finestrella del Tommen, e ancora sto salendo.
Sono disperato, ma non voglio farlo capire a chi è in contatto radio: la compassione non mi sarebbe di aiuto, e non rispondo più alle chiamate.
Ogni volta che stacco una mano dalla barra per levarmi il ghiaccio dal viso, sono sottoposto a delle fortissime pressioni che mi schiacciano nell'imbrago e rendono quasi impossibile la mia già precaria respirazione. Si è formato del ghiaccio anche tra le lenti e gli occhi e non vedo più niente. Sto buttando gli occhiali, ma poi penso che, se per caso, uscissi non riuscirei a vedere i fili elettrici in atterraggio e, decido quindi di abbassarli sulla bocca. Questo è l'ultimo atto di volontà prima di un lungo periodo di non reazione, di completa rassegnazione.
Il ghiaccio sul viso ed il freddo, non li sento più, gli occhi li apro di tanto in tanto solo ai bagliori delle scie di luce gialla e rosa che sento passare vicinissime, manifestandosi con sinistri fruscii anziché con i consueti tuoni e rombi. La radio mi sembra muta. Non avverto più la turbolenza né il rollio dell'aquilone, né le centrifughe: la mia residua attenzione è completamente rivolta all'interno. Da un po' ho anche smesso di pregare insistentemente, e sono in uno stato di coscienza molto vicino alla pace, in completo abbandono.
L'insistenza della radio mi risveglia da questo torpore: "220 gradi, c'è il sole a sud, dai che ce la fai, c'è qualcuno che ti aiuta sempre, non mollare!"
"Come è assurda questa radio" penso "io ho già mollato da un pezzo…"
Ma mi rendo conto che non è giusto non fare niente e mi viene in mente quando nei voli di cross si è bassi e si comincia a guardare l'atterraggio e la volontà sta scemando e ti rassegni ad atterrare. Ma poi ti ribelli alla planata che sembra ineluttabile e rinnovi l'impegno e le energie per risalire in competizione con l'altro te stesso che vorrebbe mollare. Poi, finalmente, ce la fai, ed è già questa una vittoria, oppure non ce la fai, ma sei ugualmente contento di stesso per averci provato con tutto il tuo impegno. E allora gratto via il ghiaccio dalla bussola, ci incollo l'occhio e tiro la barra, anche se non credo che voli più come un delta quello a cui sono agganciato. Per qualche raro momento riesco a mantenere la rotta, ma ora sono in caduta libera e la punta del delta mi appare molto bassa davanti a me.
Temendo il tumbling, spingo istintivamente la barra più in avanti che posso, ma sono contento di questa sensazione di discesa dopo tanto salire.


Comincio ad intravedere qualcosa ma sono incredulo.
Mi ritorna la voglia di rispondere alla radio e tiro come un matto per scendere di più, mentre si scatena una bufera di grandine.
Gratto via ghiaccio che continuamente si riforma, dall'altimetro, perché ho paura di centrare qualche cima di montagna e leggo: 2700 metri.
Mi tranquillizzo e continuo a tirare, finché finalmente comincio a distinguere l'orografia del terreno, ma con stupore mi accorgo che tutto gira vorticosamente.
Mi ci vuole un po' per capire che sono io, in virata stretta velocissima, e pensare che non sento minimamente la centrifuga!
Ormai sono fuori completamente. Ho una gioia incredibile nonostante sobbalzi ogni volta al rumore del ghiaccio che, pezzo per pezzo, si sta staccando dall'aquilone e striscia contro la vela.
Il vario è da tempo fuori uso, ma l'altimetro mi dice che sto scendendo peggio di un parapendio ed è ora di trovare un prato e riprovare a guidare il delta.
Trovo una specie di aeroporto, ma l'atterraggio non è facile a causa di un violentissimo vento da nord che ostacola l'avanzamento.
Mi poso comunque dolcemente, incredulo e ansioso di abbracciare chi mi ha aiutato moltissimo per radio incitandomi e provocando la mia reazione positiva. Il temporale mi ha trasportato a 25 km. di distanza dal punto in cui mi ha risucchiato, per più di un'ora di rodeo aereo.
Non faccio a tempo a dire una preghiera di ringraziamento e a sganciarmi, che un'automobile si ferma. Ne scendono sposo, sposa e compare e mi chiedono: "Possiamo fare una foto con il deltaplano?"
"Che il vostro matrimonio possa superare le bufere che ha sopportato questo aquilone!…" auguro loro, felice che mi sia ritornato il buonumore e la voglia di ridere.   


Graziano Maffi

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